Lunedì, 30 Maggio 2022 15:15

Responsabilità aggravata e giudizio in Cassazione

Scritto da Avv. Giulio Costanzo
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La Suprema Corte di Cassazione, con Ordinanza n. 38528 del 06/12/2021, ha statuito che nel giudizio di cassazione costituisce indice di mala fede o colpa grave - e, quindi, di abuso del diritto di impugnazione - la proposizione di un ricorso senza aver adoperato la normale diligenza per acquisire la coscienza dell'infondatezza della propria iniziativa processuale o, comunque, senza compiere alcun serio sforzo interpretativo, deduttivo, argomentativo, per mettere in discussione, con criteri e metodo di scientificità, il diritto vivente o la giurisprudenza consolidata, sia pure solo con riferimento alla singola fattispecie concreta.

La S.C., con Ordinanza n. 4430 del 11/02/2022, è tornata sul controverso istituto della responsabilità aggravata.

La proposizione di una domanda che si riveli poi infondata o, viceversa, la resistenza ad un’altrui domanda che venga poi accolta, non possono dar luogo, di regola, a responsabilità giacché si tratta di comportamenti del tutto legittimi, ed anzi, alla luce dell’art. 24 della Costituzione italiana, di veri e propri diritti.

A tale principio, però, l’art. 96 c.p.c. porta deroga nelle ipotesi da essa contemplate, prevedendo un vero e proprio obbligo di risarcimento del danno per responsabilità aggravata.

L’art. 96 c.p.c. configura la responsabilità aggravata, ossia una responsabilità che, andando oltre la normale responsabilità di rimborso come pura conseguenza obiettiva della soccombenza, si aggrava. Ciò in quanto, essendo fondata su un illecito, dà diritto ad un più pieno risarcimento di tutti i danni che conseguono all’aver dovuto partecipare ad un giudizio obiettivamente ingiustificato.

Le condizioni generali di applicabilità dell’art. 96 sono:

a) un’attività svolta da chi è parte nel processo;

b) la difformità di quell’attività dalla norma che conferisce l’azione;

c) la lesione della sfera patrimoniale della controparte;

d) la soccombenza dell’agente;

e) particolari stati soggettivi dell’agente.

Analiticamente, i presupposti della condanna al risarcimento del danno, ai sensi dell’art. 96 c.p.c., sono:

1) per il primo comma:

1.a) la soccombenza della parte contro la quale si agisce o resiste;

1.b) particolari stati soggettivi della medesima (dolo o colpa grave);

1.c) l’istanza di parte.

2) per il secondo comma:

2.a) l’inesistenza del diritto soggettivo (nei casi tassativamente stabiliti);

2.b) c. d. colpa lieve;

2.c) l’istanza di parte.

3) per il terzo comma:

3.a) la soccombenza.

Per quanto concerne la ratio, l’art. 96 c.p.c., nei suoi tre commi, ha molteplici finalità.

In primis, quella di risarcire il danno causato dal riprovevole comportamento processuale dell’altra parte; in secundis, quella di costituire un monito in grado di condizionare il comportamento delle parti del processo.

L’art. 96 c.p.c. ha il fine di stigmatizzare materialmente gli impieghi distorti dello strumento processuale e di fustigare efficacemente la degenerazione dei mores del foro.

Oltre ad una funzione di tipo privatistico, l’art. 96 c.p.c. ha, quindi, uno scopo che sembra essere anche di stampo pubblicistico.

Tale ricostruzione risulta valorizzata alla luce del terzo comma dell’art. 96 c.p.c. che prevede che la condanna può essere pronunciata “anche d’ufficio” dal giudice, a prescindere quindi da una specifica istanza della parte vittoriosa, che risulta invece necessaria ai sensi dei due precedenti. Partendo da questo presupposto, parte della dottrina ritiene che questo rimedio sia automatico, nel senso che è prevista una condanna al pagamento della somma di denaro ulteriore rispetto alle spese di lite, che consegue ipso facto all’accertamento della condotta illecita, ed officioso, nel senso che si prescinde da qualsiasi istanza della controparte.

Ciò contribuirebbe a qualificare la condanna ai sensi del terzo comma come rimedio sanzionatorio, configurando così un’ipotesi di “punitive demages”.

I Giudici di Piazza Cavour, di recente, sono tornati sulla relativa fattispecie decidendo su di un ricorso per cassazione basato su tesi giuridiche contrastanti frontalmente con inequivoche previsioni normative, ha pronunciato d'ufficio la condanna ex art. 96, comma 3, c.p.c. del ricorrente, da reputarsi, alternativamente, consapevole dell'infondatezza dell'impugnazione o, comunque, privo della diligenza necessaria per acquisire tale consapevolezza.

Gli Ermellini, pertanto, con Ordinanza n. 4430 del 11/02/2022, hanno così enucleato il seguente principio di diritto: In tema di responsabilità aggravata ex art. 96, comma 3, c.p.c., costituisce indice di mala fede o colpa grave - e, quindi, di abuso del diritto di impugnazione - la proposizione di un ricorso per cassazione senza aver adoperato la normale diligenza per acquisire la coscienza dell'infondatezza della propria iniziativa processuale o, comunque, senza compiere alcun serio sforzo interpretativo, deduttivo, argomentativo, per mettere in discussione, con criteri e metodo di scientificità, il diritto vivente o la giurisprudenza consolidata, sia pure solo con riferimento alla singola fattispecie concreta”.

Alla luce di tale pronunzia emerge, ergo, che nel giudizio di cassazione, ai fini della condanna ex art. 96, comma 3, c.p.c., costituisce indice di mala fede o colpa grave - e, quindi, di abuso del diritto di impugnazione - la proposizione di un ricorso senza aver adoperato la normale diligenza per acquisire la coscienza dell'infondatezza della propria iniziativa processuale o, comunque, senza compiere alcun serio sforzo interpretativo, deduttivo, argomentativo, per mettere in discussione, con criteri e metodo di scientificità, il diritto vivente o la giurisprudenza consolidata, sia pure solo con riferimento alla singola fattispecie concreta.

Letto 64 volte Ultima modifica il Lunedì, 30 Maggio 2022 17:04

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