Giovedì, 01 Agosto 2019 11:58

Consulenza dell’avvocato tramite WhatsApp: deve essere pagata?

Scritto da Avv. Giulio Costanzo
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L’avvocato ha diritto di essere pagato per l’attività stragiudiziale di consulenza tramite WhatsApp?

Sussiste il diritto dell’avvocato a percepire la parcella anche per le consulenze tramite WhatsApp?

A tutti gli operatori giuridici, sarà certamente capitato di ricevere richieste (anche insistenti!) di consulenze ed informazioni da parte dei clienti, non già attraverso i classici canoni che hanno sempre caratterizzato la professione forense, ovvero l’appuntamento presso il proprio studio e la disamina della documentazione, bensì attraverso i più avanzati strumenti di comunicazione, tra i quali il più noto è certamente WhatsApp.

Tuttavia, pur essendo ormai una prassi consolidata (sebbene non molto “ortodossa”), sarà capitato a tutti di chiedersi: mi spetta la parcella anche per le consulenze offerte tramite detti mezzi di comunicazione?

La risposta potrebbe essere positiva!

Sull’argomento, vanno esaminati alcuni principi di fondo:

LA PROCURA

In primis, va ricordato che la procura alle liti è un negozio unilaterale con il quale il difensore ha il potere di rappresentare la parte in giudizio. Il contratto di patrocinio è un mandato professionale con il quale il cliente conferisce incarico al proprio difensore di svolgere l’opera professionale. Data tale diversità, la procura alle liti non è indispensabile per la conclusione del contratto di patrocinio e il conferimento della procura alle liti non coincide con la conclusione del contratto di patrocinio.

Ciò comporta che il mandato professionale per l'esecuzione di attività stragiudiziale, in attuazione del principio della libertà delle forme, può essere conferito (a differenza di quanto avviene in ambito giudiziale) in qualsiasi forma, inclusa quella verbale, purché idonea a manifestare il c.d. "in idem placitum consensus", ossia il consenso delle parti sullo stesso (Cass. Civ., Sez.II, 24 gennaio 2017, n. 1792; Cass. Civ., Sez. I, 25 febbraio 2011, n. 4705).

Difatti, resta fermo il principio in virtù del quale - stante anche il dispositivo di cui all'art. 2233 c.c - l'onerosità si qualifica quale "elemento normale, anche se non essenziale", nel contratto di prestazione d'opera intellettuale, come nelle altre ipotesi di lavoro autonomo (Cass. Civ., Sez. II, 24 gennaio 2017, n. 1792; Cass. Civ., Sez. II, 10 ottobre 2007, n. 21251).

In linea di principio, quindi, a seguito dell’effettivo incarico, che può essere conferito in qualunque maniera idonea (ed anche a mezzo mail, come sancito da Cass. 5 febbraio 2016, n. 2319), l’esecuzione dell'attività stragiudiziale eseguita da parte dell’avvocato fa sorgere, in suo favore, un diritto di credito, ossia il diritto a ricevere (dal cliente) il giusto compenso.

LA PROVA DEL CONFERIMENTO DELL’INCARICO.

L'avvocato, al fine di ottenere il proprio compenso per l'attività stragiudiziale eseguita, deve provare esclusivamente il conferimento dell'incarico e l'adempimento dello stesso (Cass. Civ., Sez. II, 23 ottobre 2018, ud. 09 maggio 2018, dep. 23 ottobre 2018, n.26753; Cass. civ., Sez. II, 23 novembre 2016, n. 23893).

Di contro, non rientra nell'onus probandi incombente sul professionista quello relativo alla pattuizione di un corrispettivo, in quanto è il committente a dover provare l’esistenza di un eventuale accordo sulla gratuità della prestazione (Cass. civ., Sez. II, 23 novembre 2016, n. 23893).

Ha valore, quindi, il principio secondo il quale: "il mandato professionale per l'espletamento di attività di consulenza e comunque di attività stragiudiziale non deve essere provato necessariamente con la forma scritta, ad substantiam ovvero ad probationem, potendo essere conferito in qualsiasi forma idonea a manifestare il consenso delle parti.

Giacchè il giudice - tenuto conto della qualità delle parti, della natura del contratto e di ogni altra circostanza - può ammettere l'interessato a provare, anche con testimoni, sia il contratto che il suo contenuto (Cassazione Civile, Sez. I, 27 settembre 2017, ud. 12 luglio 2017, dep. 27 settembre 2017, n.22606; Cassazione Civile, Sez. VI, 03 ottobre 2017, ud. 07 luglio 2017, dep.03 ottobre 2017, n. 23104 Cass. Civ., Sez. I, 5 febbraio 2016, n. 2319).

Tanto premesso, quindi, ci si chiede: l’avvocato che ha svolto la propria attività stragiudiziale di consulenza tramite il canale di WhatsApp, può ottenere il relativo compenso dal cliente? In caso di risposta positiva, come può dimostrare l’esistenza del proprio credito?

Ebbene, posto che, come detto, l’avvocato ha diritto di essere pagato anche per una consulenza fornita non di persona, bensì tramite altri strumenti di comunicazione come WhatsApp, egli potrà dimostrare il proprio credito – ossia l’attività stragiudiziale svolta – producendo al giudice la copia dei messaggi WhatsApp ricevuti ed inviati, ovvero procedendo alla trascrizione dei messaggi vocali.

La giurisprudenza, invero, già in passato, ha riconosciuto l’esistenza del credito provato dallo scambio di SMS tra il cliente ed il proprio avvocato (Cass. n. 9884 dell’11/05/2005), e ciò comporta che tale principio debba essere applicato anche ai messaggi WhatsApp, tenuto conto che ormai, per costante e pacifica giurisprudenza, possono essere utilizzati come prova in giudizio anche gli screenshot dei messaggi WhatsApp, i quali devono essere ritenuti attendibili fino a quando la controparte non li disconosca in maniera dettagliata e motivata.

Pertanto, alla luce delle predette considerazioni, si può affermare che l’avvocato ha diritto ad ottenere i propri emolumenti anche per l’attività stragiudiziale di consulenza fornita tramite i moderni mezzi di comunicazione (WhatsApp ed altri) e che, in ogni caso, a tale scopo, può anche agire dinanzi alla competente autorità giudiziaria.

Letto 771 volte Ultima modifica il Giovedì, 01 Agosto 2019 12:08

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