Venerdì, 27 Settembre 2019 11:18

Danno morale: in caso di fratture e ferite vige la presunzione

Scritto da Avv. Giulio Costanzo
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La Cassazione interviene in materia di danno morale e stabilisce i criteri di risarcibilità                                                                       

Il danno morale e la sua risarcibilità secondo il principio delle presunzioni.

Come è noto, una delle questioni più dibattute in giurisprudenza e dottrina è quella riguardante la risarcibilità del cd. “danno morale”. La Suprema Corte si è espressa più volte sull’argomento, manifestando diversi orientamenti a volte contrastanti tra di loro.

Di recente, tuttavia, la Cassazione, con la sentenza n. 2019 del 31 gennaio 2019, ha stabilito che: La natura unitaria del danno non patrimoniale, secondo l’insegnamento della Corte costituzionale e delle Sezioni Unite della Suprema Corte, dev’essere interpretata, parte qua, sul piano delle categorie giuridiche nel senso: di unitarietà rispetto a qualsiasi lesione di un interesse o valore costituzionalmente protetto e non suscettibile di valutazione economica; di onnicomprensività intesa come obbligo, per il giudice di merito, di tener conto, a fini risarcitori, di tutte le conseguenze derivanti dall’evento di danno, nessuna esclusa, con il concorrente limite di evitare duplicazioni attribuendo nomi diversi a pregiudizi identici, procedendo, a seguito di compiuta istruttoria, a un accertamento concreto e non astratto del danno, a tal fine dando ingresso a tutti i necessari mezzi di prova, ivi compresi il fatto notorio, le massime di esperienza, le presunzioni”.

In particolare, gli Ermellini hanno confermato ancora una volta l’ontologica differenza tra danno morale e danno biologico (il danno dinamico-relazionale) stabilendo che una diversa lettura della sentenza della Corte Costituzionale n. 235 del 2014, “che ipotizzi l’assorbimento del danno morale in quello biologico, difatti, ometterebbe del tutto di considerare che la premessa secondo cui “la norma denunciata di incostituzionalità non è chiusa al risarcimento anche del danno morale” evidenzia con cristallina chiarezza la differenza tra qualificazione della fattispecie e liquidazione del danno.

Se, sul piano strutturale, la qualificazione della fattispecie “danno non patrimoniale“, in assoluta consonanza con i suoi stessi precedenti, viene espressamente ricondotta dal giudice delle leggi, giusta il consapevole uso dell’avverbio “anche”, alla duplice, diversa dimensione del danno morale e del danno alla salute, sul piano funzionale la liquidazione del danno conseguente alla lesione viene poi circoscritta entro i limiti di un generalizzato aumento del 20% rispetto ai valori tabellari.

Ogni incertezza sul tema del danno alla persona risulta, comunque, definitivamente fugata ad opera dello stesso legislatore, con la riforma degli artt. 138 e 139 del codice delle assicurazioni.

In definitiva, il principio enunciato dalla Cassazione prevede che “…nella valutazione del danno alla persona da lesione della salute (art. 32 Cost.), ma non diversamente da quanto avviene in quella di tutti gli altri danni alla persona conseguenti alla lesione di un valore o interesse costituzionalmente protetto, il giudice dovrà necessariamente valutare tanto le conseguenze subite dal danneggiato nella sua sfera morale (che si collocano nella dimensione del rapporto del soggetto con se stesso), quanto quelle incidenti sul piano dinamico-relazionale della sua vita (che si dipanano nell’ambito della relazione del soggetto con la realtà esterna, con tutto ciò che, in altri termini, costituisce “altro da sé”).

Ordinanza n. 23146 del 17 settembre 2019

Ebbene, sul medesimo argomento i Giudici di Piazza Cavour sono intervenuti nuovamente con la recentissima ordinanza n. 23146 del 17 settembre 2019, decidendo il caso di un soggetto danneggiato che aveva adito il Tribunale di Napoli, Sezione distaccata di Pozzuoli, al fine di ottenere il risarcimento di tutti i danni riportati in conseguenza di un sinistro stradale.

A seguito del parziale accoglimento della domanda, il danneggiato aveva proposto gravame avverso la sentenza di primo grado e la Corte di Appello, pur riconoscendo in suo favore il danno da "cenestesi lavorativa", non liquidato dal primo Giudice, aveva invece confermato la decisione di rigetto per quel che riguardava la richiesta di risarcimento del danno morale soggettivo.

I Giudici di secondo grado, infatti, pur riconoscendo l'autonoma risarcibilità del danno morale e la sua non necessaria ricomprensione nel danno biologico, avevano evidenziato che tale danno (e, cioè, la sofferenza interiore soggettiva patita sul piano strettamente emotivo) doveva comunque essere allegato e provato, sia pure per presunzioni secondo nozioni di comune esperienza, nella sua specificità, non potendo ritenersi in re ipsa e non sussistendo alcuna automaticità parametrata al danno biologico patito, tanto più nel caso di lesioni micro permanenti.

Avverso detta sentenza veniva proposto ricorso per Cassazione, lamentando l’errore in cui erano incorsi i precedenti giudici, i quali, nonostante il deposito di documentazione clinica che attestasse la natura e l’entità delle lesioni subite, non avevano comunque considerato che, secondo le nozioni di comune esperienza ed in base all'id quod prerumque accidit, un soggetto che aveva riportato dette fratture ed una vasta ferita suturata con punti, non avesse sofferto forti dolori e sofferenze, da valutare in maniera congiunta al danno biologico.

Ebbene, la Suprema Corte ha accolto il ricorso del danneggiato, evidenziando che, sebbene la Corte di merito avesse giustamente ritenuto che anche il danno morale soggettivo patito in conseguenza di lesioni personali doveva essere allegato e provato, non aveva, tuttavia, fatto corretto uso dei principi normativi in tema di presunzioni.

Secondo gli Ermellini, infatti, i Giudici dell’appello non avevano fatto discendere dal fatto noto indicato (frattura rotula sx e piede sx ed uso di potente antidolorifico), la necessaria conseguenza in termini di sofferenza morale e, quindi, non avevano correttamente valutato che la situazione nell'immediatezza evidenziava una sofferenza morale ulteriore rispetto al danno biologico, da valutare distintamente a favore del ricorrente.

Su tali premesse, quindi, la Suprema Corte ha cassato con rinvio la sentenza gravata.

Letto 56 volte Ultima modifica il Venerdì, 27 Settembre 2019 11:23

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