Lunedì, 16 Marzo 2020 18:10

Ritardo nella diagnosi: profili di responsabilità medica

Scritto da Avv. Giulio Costanzo
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La Cassazione sancisce la colpa del medico in caso di diagnosi non tempestiva. Omessa tempestiva diagnosi e profili di colpa medica

Come noto, la Suprema Corte, in materia di colpa medica, si è più volte occupata della questione relativa al ritardo nella diagnosi di una o più patologie.

Difatti, in più occasioni, si è ribadito il principio secondo cui anche la diagnosi non tempestiva comporta certamente un danno, più o meno grave, all’integrità psicofisica del paziente.

La Cassazione, invero, ha ritenuto errata l’affermazione secondo la quale una condotta di ritardata diagnosi non possa incidere negativamente sulla qualità di vita del paziente, in quanto un principio di tal genere non terrebbe conto del fatto che nell’arco temporale intercorrente tra la diagnosi errata e quella esatta, il paziente abbia potuto patire uno stato di sofferenza psicofisica, senza alcun minimo beneficio.

Da più parti, infatti, si è sostenuto che il paziente, nell’ipotesi in cui venga correttamente e tempestivamente diagnosticata una patologia che possa comportare anche un esito infausto, è posto nelle condizioni non solo di scegliere quale iniziativa adottare per il periodo corrente tra la diagnosi e l’esito purtroppo infausto, nell’ambito delle conoscenze in possesso della scienza medica, ma anche di programmare il suo “essere persona” e, quindi, di ottimizzare le sue attitudini psicofisiche in vista dello sventurato esito letale.

Sul punto, la Suprema Corte si è già espressa di recente con la sentenza n. 10424/2019, stabilendo che il ritardo diagnostico determina la  perdita diretta di un bene reale, certo ed effettivo, che va apprezzato con immediatezza quale correlato del diritto  di determinarsi liberamente nella scelta dei propri percorsi esistenziali  in una condizione di vita affetta da patologie ad esito certamente infausto.

Trascurare tale dato, quindi, vuol dire ignorare che, invece, la lesione della libertà di scegliere come affrontare l’ultimo tratto del proprio percorso di vita va adeguatamente tutelata “al di là di qualunque considerazione soggettiva sul valore, la rilevanza o la dignità, degli eventuali possibili contenuti di tale scelta”.

Non solo.

Con la pronuncia in esame, la Cassazione ha poi ribadito il principio dell’autonomia della suddetta voce di danno rispetto a quello più noto di perdita di chance, ovvero di perdita di opportunità.

Gli Ermellini, richiamando una precedente sentenza (n. 5641/2018), hanno sancito che se “la condotta colpevole del sanitario non ha avuto alcuna incidenza causale sullo sviluppo della malattia, sulla sua durata e sull’esito finale, rilevando di converso, «in pejus», sulla sola (e diversa) qualità ed organizzazione della vita del paziente“, si è in presenza di un “evento di danno” e di un “danno risarcibile”, rappresentato da una diversa e peggiore qualità della vita.

A tale proposito, appare il caso di ricordare alcune disposizioni normative in materia, quali la legge 15 marzo 2010 n. 38, recante Disposizioni per garantire l’accesso alle cure palliative e alla terapia del dolore, nonché la legge 22 dicembre 2017 n. 219, recante Norme in materia di consenso informato e di disposizioni anticipate di trattamento.

La prima, infatti, ha lo scolo, tra gli altri, di tutelare e di promuovere la qualità della vita fino al suo termine, mentre la seconda riconosce ad ogni persona maggiorenne e capace di intendere e volere, “in previsione di un’eventuale futura incapacità di autodeterminarsi e dopo avere acquisito adeguate informazioni mediche sulle conseguenze delle sue scelte“, la possibilità sia di “esprimere le proprie volontà in materia di trattamenti sanitari, nonché il consenso o il rifiuto rispetto ad accertamenti diagnostici o scelte terapeutiche e a singoli trattamenti sanitari“.

Su tale argomento, la Suprema Corte si è espressa anche di recente con l’ordinanza n. 4245/2020.

Ordinanza n. 4245/2020

Il caso all’attenzione degli Ermellini riguardava un giovane ventenne al quale, dopo essere stato ricoverato nel reparto di gastroenterologia per forti dolori addominali, veniva posizionato un catetere venoso centrale per alimentarlo, in quanto fortemente dimagrito e deperito.

Successivamente, il ragazzo veniva dimesso con la seguente diagnosi: "grave malnutrizione in paziente con sindrome da malassorbimento verosimilmente secondaria a progresso flogistico intestinale n.d.d. bulimia nervosa. Sindrome ansiosa".

Quattro giorni dopo, il giovane era costretto ad un nuovo ricovero, ma questa volta con diagnosi di "grave malnutrizione da malassorbimento per morbo di Crhon", per cui veniva sottoposto a terapia e a nutrimento parenterale tramite CVC, che gli provocava un'infezione della linea venosa centrale.

Nei giorni successivi, il suo stato di salute peggiorava ulteriormente, tanto che, a causa di un'embolia polmonare da infezione del CVC, il ragazzo decedeva dopo poco tempo.

Ovviamente, i congiunti del giovane, in proprio e in qualità di eredi, adivano l’autorità giudiziaria, onde sentire condannare l'Azienda ospedaliera in cui il ragazzo era stato ricoverato la prima volta, al risarcimento di tutti i danni derivanti da imperizia e negligenza medica, rappresentata dalla mancata tempestiva diagnosi del morbo di Crohn e dal conseguente omesso trattamento terapeutico più adeguato.

Tuttavia, il Tribunale adito rigettava la domanda, avendo ritenuto insussistente il nesso di causalità tra l'omissione diagnostico-terapeutica e il decesso.

Detta sentenza veniva appellata, sul presupposto che il Giudice di primo grado si fosse discostato dalle conclusioni della CTU (tanto che veniva chiesta anche la integrazione e/o rinnovazione della consulenza medica), ma anche la Corte di Appello rigettava detto gravame.

La fattispecie, quindi, è stata sottoposta al vaglio della Cassazione che ha deciso con l’ordinanza in esame.

I congiunti del giovane deceduto, invero, con il primo motivo, hanno evidenziato la contraddittorietà della sentenza, in quanto dapprima i giudici dell’appello avevano affermato che non erano risultati dati clinici attestanti quale fosse lo stato della malattia al momento delle dimissioni dell'ospedale, per poi affermare che, al momento del ricovero il giovane versava in una situazione "di parità di iniziali condizioni generali del paziente e di patologia in atto" rispetto allo stato in cui era stato dimesso.

Con il secondo motivo, invece, hanno censurato la decisione della Corte nella parte in cui aveva ritenuto non dimostrata l’esistenza del nesso causale tra condotta omissiva e decesso, senza accogliere le ulteriori richieste istruttorie avanzate, per dimostrare soprattutto il peggioramento delle condizioni del ragazzo fra il primo ricovero, responsabile dell'omessa diagnosi del morbo di Crohn e la degenza presso la seconda struttura.

La Suprema Corte, quindi, in accoglimento dei due motivi, ha sancito la contraddittorietà della sentenza di secondo grado, nella parte in cui dapprima aveva sostenuto che non vi erano dati clinici al momento delle dimissioni dal primo ospedale in grado di attestare lo stato della malattia, per poi dichiarare successivamente che la situazione del ragazzo non si era aggravata tra un ricovero e l'altro.

In buona sostanza, la carenza di informazioni sull'effettivo stato di salute del giovane al momento delle prime dimissioni era incompatibile con l'affermazione successiva in base alla quale la sua situazione non si era aggravata nel tempo intercorso tra l'inizio del primo e del secondo ricovero.

Difatti, gli Ermellini hanno evidenziato la contraddizione in termini commessa dalla Corte di Appello, in quanto se era vero che i dati clinici mancanti sarebbero stati rilevanti per provare la presenza e lo stato della malattia, non si comprendeva perché essa aveva negato il supplemento di perizia chiesto dagli appellanti, proprio al fine di acquisire ulteriori dati ed informazioni indispensabili per una corretta ed adeguata decisione della controversia.

La Corte, dunque, ha ritenuto che si trattasse di un contrasto irriducibile tra affermazioni inconciliabili, che dava luogo alla violazione dell'art. 132, secondo comma, n. 4, c.p.c. per cui ha cassato la sentenza de quo vertitur, rinviandola alla medesima Corte di Appello in diversa composizione.

Letto 152 volte Ultima modifica il Lunedì, 16 Marzo 2020 18:16

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