Lunedì, 11 Giugno 2018 07:13

Opposizione a cartella di pagamento: prescrizione quinquennale dei canoni per la concessione amministrativa di un immobile demaniale

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Sentenza Sentenza

“La pronuncia di perenzione di un ricorso amministrativo non costituisce una decisione di merito, bensì un provvedimento estintivo del giudizio che incide soltanto sul rapporto processuale tra le parti in causa da cui consegue che lo stesso non costituisce giudicato sostanziale”.

Conseguentemente “ai sensi dell’art. 2945, co. 3, del cod. civ., se il processo si estingue, rimane fermo l’effetto interruttivo e il nuovo periodo di prescrizione comincia dalla data dell’atto interruttivo e quindi dalla presentazione del ricorso in sede amministrativa”.

“I canoni dovuti per la concessione amministrativa del godimento di un immobile demaniale sono soggetti a prescrizione quinquennale, ai sensi dell’art. 2948 n.3, in considerazione della loro ammissibilità ai corrispettivi di locazione”.

Questi i principi ribaditi dalla Corte di Appello di Napoli, prima sezione civile, con la sentenza n. 2377/2018, del 23/05/2018; Pres. Maria Rosaria Cultrera; Rel. Alessandra Tabarro.

La pronuncia trae origine dall’appello, proposto dal sottoscritto e teso ad impugnare la sentenza con la quale il Tribunale di Napoli rigettava l’opposizione promossa avverso una cartella di pagamento emessa dalla vecchia Equitalia Sud S.p.A., oggi Agenzia delle Entrate Riscossione, relativa al mancato pagamento del canone di concessione per l’utilizzo di un magazzino sito nel mercato del Comune di Napoli.

In particolare, in primo grado si eccepiva la prescrizione del diritto alla riscossione, atteso che la cartella esattoriale veniva notificata nel 2014 a fronte di canoni di concessione relativi agli anni dal 1990 al 1994. Altresì, nel merito, si eccepiva la mancata notificazione di tutti gli atti pregressi e propedeutici alla cartella esattoriale notificata, nonché il pagamento parziale dei canoni richiesti.

Tali difese non trovavano accoglimento. Il Tribunale di Napoli respingeva l’eccezione di prescrizione rilevando che nell’ottobre del 1993 il Comune di Napoli aveva inviato al Sig. M. una diffida volta ad ottenere il pagamento dei canoni di concessione e del relativo aggiornamento, come stabilito da delibera comunale del 1989 e che avverso quest’ultime veniva proposto ricorso al Tar Campania nel novembre del 1993, poi dichiarato perento con decreto n. 12761 del 21 settembre 2011. Conseguentemente, stante l’interruzione del decorso della prescrizione ai sensi dell’art. 2943 c.c., dovuto alla proposizione del ricorso al TAR, il nuovo termine prescrizionale cominciava a decorrere dalla data di deposito del decreto di perenzione (21/09/2011). Ciò posto, non sarebbe mai intervenuta la prescrizione del diritto del credito azionato con la cartella di pagamento, notificata il 3 settembre 2014.

Il sottoscritto, quale procuratore del Sig. M., proponeva appello censurando, preliminarmente, l’illogicità e illegittimità della impugnata sentenza nella parte in cui il Giudice di prime cure aveva fondato la propria decisione sull’errata convinzione che il giudizio recante R.G.N. 12903/1993 pendente dinanzi al TAR Campania, Sez. III, e conclusosi con decreto di perenzione n. 12761 del 21.09.2011, avesse interrotto la prescrizione quinquennale dei canoni di concessione per gli anni 1990, 1991, 1992, 1993 e 1994, relativi all’utilizzo di un magazzino-posteggio all’interno del mercato ortofrutticolo di Napoli da parte del Sig. M.

Invero, dal combinato disposto degli artt. 81, 82 e 83 c.p.a. (D.lgs. 104/2010) e dell’art. 1, comma 1, dell’Allegato 3 (Norme transitorie) al D.Lgs. 104/2010, disciplinanti la perenzione quale causa estintiva del giudizio amministrativo dovuta all'inattività delle parti, si desume come l’originario giudizio recante R.G.N. 12903/1993 pendente dinanzi al TAR Campania si sia estinto, con conseguente cessazione degli effetti, processuali e sostanziali, della litispendenza.

Il fondamento della perenzione è, quindi, quello di non lasciar soggiacere i rapporti giuridici di diritto pubblico a una pendenza processuale prolungata.

Del resto, la stessa Giurisprudenza amministrativa è costante nell’affermare che la pronuncia di perenzione (provocata dall’inerzia delle parti che hanno omesso di compiere l’atto d’impulso processuale di loro pertinenza) non costituisce affatto una decisione di merito bensì un provvedimento estintivo del giudizio che va ad incidere soltanto sul rapporto processuale tra le parti in causa ne consegue che lo stesso non costituisce giudicato sostanziale (cfr. caso speculare al nostro T.A.R. Calabria, sez. II, 6 novembre 2017, n. 1694; nonché T.A.R. Puglia, Lecce, sez. II, 14 gennaio 2015, n.176; Cons. St. sez. IV, 7 gennaio 2013, n.22; TAR, Lazio, sez. Latina, sentenza 29/04/2005 n° 413; Consiglio di Stato sez. V, 02 ottobre 2014 n. 4930).

«Ne consegue altresì che, ai sensi dell’art. 2945, co.3, del coc. civ., “Se il processo si estingue, rimane fermo l’effetto interruttivo e il nuovo periodo di prescrizione comincia dalla data dell’atto interruttivo” (cfr. caso speculare al nostro T.A.R. Calabria, sez. II, 6 novembre 2017, n. 1694) e quindi, nel caso di specie, dalla data di notifica della diffida inviata dal Comune di Napoli al nostro assistito nell’ottobre 1993.

Perenta la domanda, pertanto, si ha come non interrotta la prescrizione con conseguente illegittima richiesta da parte dei convenuti della pretesa creditoria portata dalla cartella di pagamento impugnata.

Incardinato il contraddittorio, si costituivano sia il Comune di Napoli che l’Agenzia delle Entrate Riscossione, chiedendo il rigetto dell’appello.

La Corte di Appello di Napoli, con la sentenza in commento, ha accolto pienamente le eccezioni sollevate perché “Come correttamente rilevato da parte appellante la pronuncia di perenzione di un ricorso amministrativo non costituisce una decisione di merito, bensì un provvedimento estintivo del giudizio che incide soltanto sul rapporto processuale tra le parti in causa da cui consegue che lo stesso non costituisce giudicato sostanziale.

E così come nel processo civile (art. 310 c.p.c.), anche in quello amministrativo, l’estinzione del processo comporta l’estinzione del diritto di azione, comportando tuttavia l’inefficacia dell’eventuale provvedimento cautelare emesso in corso di causa e la facoltà, per chi ne abbia subito l’attuazione, di ottenere il ripristino della situazione precedente”.

“Da ciò consegue, inoltre, che, ai sensi dell’art. 2945, co. 3, del cod. civ., se il processo si estingue, rimane fermo l’effetto interruttivo e il nuovo periodo di prescrizione comincia dalla data dell’atto interruttivo e quindi dalla presentazione del ricorso in sede amministrativa” (così la decisione in commento).

Ciò posto, all’esito del giudizio di appello, è emerso che il Giudice di prime cure ha chiaramente errato nel considerare interrotta la prescrizione ai sensi dell’art. 2943 c.c. conseguente alla proposizione del ricorso al TAR, poi, dichiarato estinto.

L'estinzione del processo, per inattività delle parti, quindi, ha comportato il venir meno dell'intero giudizio e di ogni effetto ad esso collegato; in buona sostanza, è come se la richiesta di aumento dei canoni di concessione, nonché le stesse delibere comunali poste a base dell’aumento, non fossero mai state impugnate.

Corte di Appello di Napoli, prima sezione civile, sentenza n. 2377/2018, del 23/05/2018; Pres. Maria Rosaria Cultrera; Rel. Alessandra Tabarro. Leggi qui la sentenza

Letto 5091 volte Ultima modifica il Lunedì, 11 Giugno 2018 07:51
Giulio Costanzo

Avv. Patrocinante Magistrature Superiori

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