Mercoledì, 10 Giugno 2020 15:08

Il danno riflesso

Scritto da Avv. Giulio Costanzo
Vota questo articolo
(2 Voti)

Il danno riflesso, ossia il nocumento che viene arrecato ad un terzo, ritenuto la vittima secondaria del fatto illecito rispetto al soggetto danneggiato, ma pur sempre destinatario delle conseguenze pregiudizievoli subite da quest’ultimo per effetto della condotta illecita altrui, può desumersi anche mediante presunzioni.

Ab origine si riteneva che il soggetto colpito dal danno riflesso subisse un pregiudizio solo “mediato” della propria sfera giuridica, dal momento che, diversamente dalla persona offesa, non pativa una lesione che fosse conseguenza diretta della condotta illecita compiuta dall’autore del fatto. Tale indirizzo (cfr. soprattutto Cassazione n. 6854/1988) era motivato da un’interpretazione rigida dell’art. 1223 c.c., che prescrive la risarcibilità del solo danno diretto ed immediato.

Una prima evoluzione si riscontra agli arbori del nuovo millennio ove le Sezioni Unite (Cassazione SS.UU. n. 9556/2002 del 01.07.2002), hanno invece enucleato il seguente principio di diritto:“Ai prossimi congiunti di persona che abbia subito, a seguito di un fatto illecito costituente reato, lesioni personali, spetta anche il risarcimento del danno concretamente accertato in relazione ad una particolare situazione affettiva con la vittima, non essendo ostativo il disposto dell’art. 1223 c.c., in quanto anche tale danno trova causa immediata e diretta nel fatto dannoso, con conseguente legittimazione del congiunto ad agire ‘iure proprio’ contro il responsabile”.

Fondamentale, a riguardo, è stata la Sentenza n. 8827 del 2003 ove la S.C. ha specificato che nei casi di danno riflesso o “di rimbalzo”, particolare attenzione debba essere accordata alla lesione della posizione giuridica protetta, poiché, nel caso di evento pluri-offensivo, la lesione è contestuale e immediata per tutti i soggetti che sono titolari dei vari diritti incisi, verificandosi, di fatto, una propagazione delle conseguenze dell’illecito alle vittime secondarie: “Allorché un fatto lesivo abbia profondamente alterato quel complessivo assetto, provocando una rimarchevole dilatazione dei bisogni e dei doveri e una determinante riduzione, se non un annullamento, delle positività che dal rapporto parenterale e affettivo derivano, il danno non patrimoniale consistente nello sconvolgimento delle abitudini di vita in relazione, nell’esigenza di provvedere perennemente ai bisogni del familiare (e/o convivente) deve senz’altro trovare ristoro nell’ambito della tutela ulteriore apprestata dall’art. 2059 in caso di lesione di interessi costituzionalmente protetti”.

L’evoluzione giurisprudenziale, tuttavia, ha permesso di ricomprendere nel danno riflesso, non solo i casi relativi alla perdita definitiva del rapporto parentale, ma anche le ipotesi di rilevanti menomazioni dei congiunti e, quindi, anche di lesioni purché esse siano di una consistenza di particolare rilievo (Cass. 10816/2004): eventi che incidano sul diritto costituzionale alla integrità delle relazioni parentali.

Il danno riflesso abbraccia ogni ipotesi di evento illecito, sia esso riconducibile ad un incidente stradale, alla violazione del diritto alla libertà sessuale, ad errore medico, ecc., cioè quando il fatto illecito abbia comportato gravi lesioni per la vittima e ciò anche in tema di infortunio o morte, direttamente riconducibili ad uno stress psico-fisico nell’ambito del rapporto di lavoro (Cassazione Sez. Lav. 14/07/2015 n° 14710).

I Giudici di Piazza Cavour nel 2018 hanno statuito che il pregiudizio da perdita del rapporto parentale rappresenta un peculiare aspetto del danno non patrimoniale e consiste non già nella mera perdita delle abitudini e dei riti propri della quotidianità, bensì nello sconvolgimento dell’esistenza, rivelato da fondamentali e radicali cambiamenti dello stile di vita, nonché nella sofferenza interiore derivante dal venir meno del rapporto, enucleandolo come danno non patrimoniale iure proprio del congiunto, ristorabile in caso non solo di perdita, ma anche di mera lesione del rapporto parentale (Corte di Cassazione, III Sezione Civile, con l’Ordinanza del 28 settembre 2018, n. 23469, trovando pieno riscontro anche nelle Tabelle di Milano).

Si giunge, oggi, ad un ulteriore sviluppo di tale fattispecie, ove proprio, di recente, gli Ermellini, con l’Ordinanza n. 7748 del 08 aprile 2020, hanno sostenuto che: “In tema di lesioni conseguenti a sinistro stradale, il danno "iure proprio" subito dai congiunti della vittima (nella specie, i suoi genitori e fratelli) non è limitato al solo totale sconvolgimento delle loro abitudini di vita, potendo anche consistere in un patimento d'animo o in una perdita vera e propria di salute. Tali pregiudizi possono essere dimostrati per presunzioni, fra le quali assume rilievo il rapporto di stretta parentela esistente fra la vittima ed i suoi familiari che fa ritenere, secondo un criterio di normalità sociale, che essi soffrano per le gravissime lesioni riportate dal loro prossimo congiunto”.

Il danno sofferto dai familiari, ergo, può desumersi presuntivamente anche dal legame parentale, non è necessario lo sconvolgimento delle abitudini di vita: il danno subito dai congiunti, a causa delle lesioni riportate da un loro caro per fatto illecito altrui, è un danno diretto, non riflesso. Si tratta, infatti, della diretta conseguenza della lesione patita dal loro parente; la suddetta lesione rappresenta un fatto plurioffensivo, con vittime diverse, ma parimenti dirette.

Alle luce di tale principio, stante il rapporto di stretta parentela intercorrente tra la c.d. vittima primaria e le vittime secondarie (i congiunti), le sofferenze di questi ultimi non devono necessariamente tradursi in uno "sconvolgimento delle abitudini di vita", potendosi desumere presuntivamente.

Adesso, se il danno parentale è considerabile un “danno diretto”, sarà interessante comprendere quali saranno gli orientamenti circa i termini di prescrizione dell’azione. Si pensi ad esempio del risarcimento spettante alla moglie di colui che è stato vittima di una malpractice medica, L. 24/2017. In tal caso la prescrizione del danno parentale sarà di cinque o dieci anni?

Letto 2575 volte

Lascia un commento

Assicurati di aver digitato tutte le informazioni richieste, evidenziate da un asterisco (*). Non è consentito codice HTML.

Iscriviti alla nostra Newsletter

Iscriviti