Giovedì, 20 Giugno 2019 10:05

Accordi divisori in sede successoria: qual è il discrimen tra divisione transattiva e transazione divisoria?

Scritto da Avv. Giulio Costanzo
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Di fronte alla norma di cui all'art. 764, rubricato Atti diversi dalla divisione, che non fornisce dei criteri distintivi, la dottrina e la giurisprudenza si sono affannate a lungo nell’individuare e delineare le fattispecie di divisione transattiva e transazione divisoria, al fine di capire quando sia possibile di esercitare la rescissione a seguito di una lesione ultra quartum originata dal contratto divisorio

“la distinzione tra transazione divisionale e divisione transattiva si fonda sulla consapevolezza delle parti della differenza delle attribuzioni patrimoniali o delle quote e, dunque, quando non si sia proceduto al calcolo delle proporzioni corrispondenti, si è in presenza di una transazione divisionale non soggetta a rescissione”.

Tuttavia, “risulta erroneo: l'aver valutato la sola alternativa secca tra divisione transattiva e transazione divisoria, senza valutare ipotesi terze quali il negozio preparatorio di divisione [….] il quale proprio per la sua natura non definitiva osta ad un giudizio di tal fatta, richiedendo ulteriori accordi sui conguagli”.

Conseguentemente «al fine di escludere la rescindibilità dell'atto di divisione ai sensi del secondo comma dell'art. 764 cod. civ., non è sufficiente accertare che essa contenga una contestuale transazione, ma occorre anche accertare che quest'ultima, regolando ogni controversia, anche potenziale, in ordine alla determinazione delle porzioni corrispondenti alle quote, abbia riguardato proprio le questioni costituenti il presupposto e l'oggetto dell'azione di rescissione»

Deve dunque affermarsi il seguente principio di diritto: «Ai fini dell'interpretazione di un negozio come transazione divisionale, nel quale la causa transattiva prevale su quella divisionale, non è possibile presumere la volontà di transigere con rinuncia ai propri diritti, sulla base della semplice consapevolezza della sproporzione delle quote o dei beni indicati nell'accordo divisorio, in mancanza non solo dell'aliquid datum aliquid retentum, ma anche di un mero disaccordo tra gli eredi e di qualsiasi espressa rinuncia o menzione della volontà di comporre future controversie»”.

Questi i principi ribaditi dalla Corte di Cassazione, seconda sezione civile, con la recente sentenza n. 8240/2019, del 22/03/2019; Pres. Felice Manna; Rel. Luca Varrone.

La pronuncia trae origine dal ricorso per Cassazione teso ad impugnare la decisione con la quale la Corte di Appello, in riforma della sentenza di primo grado, aveva ritenuto inammissibile l'azione di rescissione proposta da un erede, stante la natura di “transazione divisionale” e non di “divisione transattiva” della scrittura privata sottoscritta tra gli eredi.

In particolare, il ricorrente ha lamentato la erronea interpretazione e, quindi, qualificazione giuridica, della scrittura privata sottoscritta tra gli eredi, con la quale si era proceduto alla divisione dei beni ereditari. Una corretta interpretazione del predetto atto avrebbe dovuto tener conto del complesso delle circostanze e dei comportamenti delle parti, sia prima che dopo la sottoscrizione (cfr. artt. 1362 e 1363 c.c.), che giustificherebbero la diversa qualificazione di divisione transattiva e non di transazione divisionale da dare alla scrittura privata.

Difatti, non avendo esso ricorrente ricevuto alcuna donazione o altra forma di liberalità, né prima della morte del de cuius, né successivamente a seguito della divisione, non si riscontrava alcuna valida ragione da parte sua per accettare una così evidente disparità di trattamento, se non quella dettata dal rapporto affettivo con i fratelli e dal fatto che intendeva agevolare la divisione dei beni, fatti salvi i dovuti conguagli.

Mancava pertanto, la volontà di chiudere in via transattiva la vicenda divisionale, circostanza questa che la Corte d'Appello ha omesso del tutto di valutare, limitandosi ad interpretare la scrittura privata solo sulla base della proporzionalità o meno delle quote, travisandone il senso e la finalità.

Tali difese hanno trovavano pieno accoglimento da parte dei Giudici di legittimità che, con la sentenza in commento, hanno ritenuto sussistente “un progetto di divisione”, non ancora compiuto in tutti i suoi elementi costitutivi, destinato ad essere integrato con la previsione di conguagli.

Per la Cassazione il giudice di appello, nell'indagare la reale volontà delle parti, avrebbe dovuto tener conto, ai sensi degli artt. 1362 e ss. del cod. civ., del tenore letterale della scrittura privata, unitamente al complesso delle circostanze e dei comportamenti delle parti. Tuttavia, “nel caso di specie, i giudici del gravame hanno posto l'accento esclusivamente sulla sproporzione del valore dei beni, affermando che tale sproporzione era talmente evidente da essere necessariamente nota agli eredi. Poiché il discrimen tra la transazione divisionale e la divisione transattiva risiede appunto nella sproporzione dei beni, l'atto stipulato non poteva che essere qualificato alla stregua del primo dei due termini messi a confronto”.

In particolare, risulta erroneo: l'aver valutato la sola alternativa secca tra divisione transattiva e transazione divisoria, senza valutare ipotesi terze quali il negozio preparatorio di divisione; l'aver optato per la soluzione della transazione divisoria senza ter conto né del tenore letterale della scrittura privata né della condotta successiva delle parti, ancorché quest'ultima risultasse accertata dalla stessa sentenza d'appello; l'avere omesso di considerare che l'unico elemento apprezzato come decisivo (la cosciente sproporzione del valore dei cespiti) è significativo solo a patto di escludere motivatamente la suddetta ipotesi terza, cioè il negozio preparatorio di divisione, il quale proprio per la sua natura non definitiva osta ad un giudizio di tal fatta, richiedendo ulteriori accordi sui conguagli”.

Pertanto, gli accordi c.d. «paradivisori» (volti alla formazione di porzioni dei beni da assegnare a determinate condizioni, quindi con finalità preparatoria del contratto di divisione), continua la Corte “una volta perfezionati, possono essere revocati o risolti solo col consenso unanime delle parti contraenti e possono essere impugnati con i mezzi di annullamento previsti per i contratti in genere, ma dagli stessi non si può recedere unilateralmente. Dunque, deve ammettersi anche la loro rescindibilità ex artt. 763 e 764 cod. civ. per lesione oltre il quarto” (così la decisione in commento).

Da qui, l’affermazione del principio di diritto: «Ai fini dell'interpretazione di un negozio come transazione divisionale, nel quale la causa transattiva prevale su quella divisionale, non è possibile presumere la volontà di transigere con rinuncia ai propri diritti, sulla base della semplice consapevolezza della sproporzione delle quote o dei beni indicati nell'accordo divisorio, in mancanza non solo dell'aliquid datum aliquid retentum, ma anche di un mero disaccordo tra gli eredi e di qualsiasi espressa rinuncia o menzione della volontà di comporre future controversie»”.

Alla luce di tali emergenze e volendo riassumere i termini della questione:

  • la divisione transattiva, quale negozio giuridico di carattere divisorio, sussiste ove si riscontri il comune intento delle parti di risolvere la controversia divisionale tramite l’attribuzione proporzionale delle quote e lo scioglimento della comunione, ossia di superare amichevolmente questioni afferenti le operazioni divisionali;
  • la transazione divisoria ricorre, invece, quando, allo scopo di evitare una lite che potrebbe insorgere o di comporne una già insorta, i componenti della comunione ereditaria si accordano sull’attribuzione di beni senza procedere al calcolo delle porzioni corrispondenti alle quote di partecipazione alla comunione, rinunciando a qualche diritto per il buon esito della transazione

Queste differenze diventano determinanti nella scelta tra una cosiddetta transazione divisoria e una cosiddetta divisione transattiva: solo alla transazione divisoria si applica il secondo comma dell’art. 764 c.c., non potendosi ammettere l’azione di rescissione in relazione a un negozio che ha il precipuo fine di stabilizzare, in vista del superamento della lite tra le parti, l’accordo transattivo.

Nella divisione, come anche negli accordi paradivisori, invece, venendo in rilievo la proporzionalità tra le quote e le assegnazioni, in caso di lesione oltre ¼, è prevista un’apposita azione di rescissione diversa da quella prevista in materia di contratti in generale. Infatti in questa ipotesi è sufficiente dare prova soltanto della lesione oggettiva subita e non anche dello stato soggettivo di pericolo o di bisogno che potrebbe aver spinto ad assumere obbligazioni a condizioni inique. La rescissione della divisione ha, pertanto, autonoma disciplina legale rispetto a quella dei contratti, tanto che il termine di prescrizione della relativa azione giudiziale è di due anni e non annuale come nel caso della rescissione dei contratti.

Corte di Cassazione, seconda sezione civile, con la recente sentenza n. 8240/2019, del 22/03/2019; Pres. Felice Manna; Rel. Luca Varrone.…leggi qui la sentenza..

Letto 1185 volte Ultima modifica il Giovedì, 20 Giugno 2019 10:18

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