Martedì, 04 Giugno 2019 10:37

Notifica ex art. 82 R.D. 37/1934: non vale se l’indirizzo PEC è indicato in un atto del processo

Scritto da Avv. Giulio Costanzo
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PEC PEC

La Cassazione interviene nuovamente in materia di notifica a mezzo PEC                                                                                                                

Se la controparte indica il proprio indirizzo PEC in un atto processuale, non vale la notifica ex art. 82 R.D. 37/1934.

Il processo di informatizzazione del sistema telematico è in continuo divenire ed è prevedibile che, in tale situazione, si accresca sempre più il numero di interventi della Suprema Corte al riguardo.

È questo il caso di un’interessante pronuncia della Cassazione, la n. 11711 del 03.05.2019, che è stata chiamata a risolvere la seguente questione: il Tribunale, con sentenza di primo grado, condanna i convenuti al risarcimento del danno a favore dell’attore. Avverso tale decisione, questi ultimi interpongono giudizio di gravame, ma l’appellato eccepisce l’inammissibilità dell’appello perché tardivo, in considerazione del fatto che lo stesso era stato proposto oltre il termine di trenta giorni dalla notifica della sentenza di primo grado presso la cancelleria del Tribunale. La Corte d’appello accoglie l’eccezione e dichiara inammissibile l’appello.

Avverso tale pronuncia, sono stati proposti sia ricorso in Cassazione che impugnazione per revocazione della sentenza, sul presupposto che la Corte di appello fosse incorsa nell’errore di ritenere che l’indirizzo PEC non fosse stato comunicato nel corso del giudizio, il che, invece, non corrispondeva alla realtà dei fatti, in quanto la controparte aveva indicato detto indirizzo sia nel foglio di precisazione delle conclusioni, che nella propria comparsa conclusionale e nella memoria di replica.

La Corte di appello rigettava la domanda di revocazione, in quanto la decisione impugnata non si era fondata su un errore di fatto, bensì sulla valutazione delle modalità di comunicazione dell’indirizzo PEC che non poteva ritenersi idonea ad integrare i requisiti previsti dall’art. 125 c.p.c., tenuto conto che il difensore aveva eletto domicilio in un circondario diverso rispetto a quello del Tribunale adito, il che comportava che la notifica della sentenza era avvenuta in maniera corretta ai sensi dell’art. 82 r.d. 37/1934, ovvero presso la cancelleria del giudice adito.

La Suprema Corte, investita della decisione finale, ha disposto preliminarmente la riunione del ricorso per Cassazione avverso la sentenza della Corte di appello che aveva dichiarato inammissibile l’appello, nonché del ricorso per Cassazione avverso la sentenza resa dalla Corte di appello che aveva rigettato l’impugnazione per revocazione.

A questo punto, vanno esaminate le disposizioni normative richiamate nella pronuncia in esame:

Art. 125 c.p.c.: Salvo che la legge disponga altrimenti, la citazione, il ricorso, la comparsa, il controricorso, il precetto debbono indicare l'Ufficio giudiziario, le parti, l'oggetto, le ragioni della domanda e le conclusioni o la istanza, e, tanto nell'originale quanto nelle copie da notificare, debbono essere sottoscritti dalla parte, se essa sta in giudizio personalmente, oppure dal difensore che indica il proprio codice fiscale. Il difensore deve altresì indicare il proprio numero di fax.

La procura al difensore dell'attore può essere rilasciata in data posteriore alla notificazione dell'atto, purché anteriormente alla costituzione della parte rappresentata.

La disposizione del comma precedente non si applica quando la legge richiede che la citazione sia sottoscritta dal difensore munito di mandato speciale.

Art. 82 del R.D. 22 gennaio 1934, n. 37: I procuratori, i quali esercitano il proprio ufficio in un giudizio che si svolge fuori della circoscrizione del Tribunale al quale sono assegnati, devono, all'atto della costituzione nel giudizio stesso, eleggere domicilio nel luogo dove ha sede l'autorità giudiziaria presso la quale il giudizio è in corso. In mancanza della elezione di domicilio, questo si intende eletto presso la cancelleria della stessa autorità giudiziaria.

Ebbene, i ricorrenti, in entrambi i ricorsi, avevano lamentato unicamente la violazione dell’art. 125 c.p.c., deducendo che, in ossequio a detta disposizione normativa, la controparte aveva correttamente indicato il proprio indirizzo PEC sia nel foglio di precisazione delle conclusioni, che nella comparsa conclusionale e nella successiva memoria di replica.

La Cassazione ha dichiarato il motivo fondato, ritenendo che la Corte di appello si era basata su un’interpretazione restrittiva dell’art. 125 c.p.c. e, in tal modo, aveva ingiustamente escluso che l’indirizzo PEC fosse stato correttamente indicato.

Gli Ermellini, infatti, hanno ritenuto sufficiente che la comunicazione dell’indirizzo PEC da parte del difensore fosse contenuta in un atto endoprocedimentale, senza che avesse rilievo la forma utilizzata dal difensore.

In altre parole, secondo i Giudici di legittimità, la Corte di appello aveva ritenuto inesistente un fatto (ovvero l’indicazione dell’indirizzo PEC del difensore) che, al contrario, era correttamente presente negli atti processuali.

Sentenza n. 24465 del 17/10/2017

In tal senso, si era già espressa la Suprema Corte con la precedente sentenza n. 24465 del 17/10/2017, stabilendo che l'indirizzo di posta elettronica indicato in una memoria endoprocedimentale è, in via astratta, idonea a determinare la variazione dell'elezione di domicilio in quanto effettuata in atto depositato e conoscibile alla controparte in alternativa all'inserimento nel verbale d'udienza (nella specie, l'inserimento della PEC era stato effettuato prima dell'entrata in vigore dell'art. 25, comma 1, lett. a), Legge n. 183 del 2011 e, in applicazione del principio tempus regit actum, non poteva ritenersi valido.

In buona sostanza, ciò che rileva è l’inserimento dell’indirizzo PEC in un atto del procedimento, così che la controparte, che è destinataria dell’atto, sia messa nell’effettiva possibilità di conoscere l’indirizzo stesso, secondo la diligenza che è richiesta a chi esercita la professione forense.

Pertanto, l’applicazione dell’art. 82 del R.D. n. 37/1934, che impone la notifica presso la cancelleria del Giudice adito – si avrà solo nelle ipotesi in cui il difensore non adempia all’obbligo prescritto dall’art. 125 c.p.c.

Tanto premesso, il principio di diritto che se ne ricava è il seguente: L’indicazione dell’indirizzo PEC da parte del difensore nel foglio di precisazione delle conclusioni, nella comparsa conclusionale e nelle memorie di replica, è idonea a determinare la conoscenza della controparte dell’indirizzo di posta elettronica certificata. Ne consegue l’invalidità della notificazione eseguita ex art. 82 R.D. 37/1934.

Letto 641 volte Ultima modifica il Martedì, 04 Giugno 2019 10:41

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