Giovedì, 24 Febbraio 2022 17:12

La riparazione per l’ingiusta detenzione

Scritto da Avv. Giuli Costanzo
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La Suprema Corte di Cassazione, con la Sentenza n. 3280 del 2022, ha statuito che, in il tentativo di suicidio per l’ingiusta detenzione subita integra danno-conseguenza da risarcire.

La Cassazione, con la Sentenza n. 3280 del 2022, è intervenuta sulla delicata questione della riparazione per l’ingiusta detenzione.

La riparazione per l’ingiusta detenzione è un rimedio volto a compensare in chiave solidaristica il pregiudizio subito da chi sia stato ingiustamente limitato della propria libertà personale.

Spetta a colui che:

  1. è stato prosciolto con sentenza irrevocabile perché il fatto non sussiste, per non aver commesso il fatto, perché il fatto non costituisce reato o non è previsto dalla legge come reato, relativamente alla custodia cautelare subita, a condizione che non vi abbia dato o concorso a darvi causa per dolo o colpa grave (c.d. ingiustizia sostanziale) (art. 314, comma 1, c.p.p.);
  2. è stato prosciolto per qualsiasi causa o al condannato che nel corso del processo sia stato sottoposto a custodia cautelare, quando con decisione irrevocabile, sia stato accertato che il provvedimento dispositivo della misura è stato emesso o mantenuto in assenza delle condizioni di applicabilità normativamente previste (c.d. ingiustizia formale) (art. 314, comma 2, c.p.p.);
  3. abbia ottenuto un provvedimento di archiviazione o una sentenza di non luogo a procedere, applicandosi anche in questo caso quanto previsto ai due commi precedenti (art. 314, comma 3,c.p.p.). 

Dall’ingiusta detenzione, tuttavia, derivano anche altri danni (c.d. derivati) suscettibili di risarcimento danni.

La Suprema Corte di Cassazione, di recente, è intervenuta sul relativo tema e, con la Sentenza n. 3280 del 2022, ha accolto il ricorso di un cittadino iraniano, che arrestato in esecuzione di un mandato di cattura internazionale demandato dallo Stato di appartenenza, era stato poi riconosciuto rifugiato politico dalla Gran Bretagna e, pertanto, scarcerato.

Il rifugiato politico, durante il periodo di ingiusta detenzione, purtroppo aveva tentato il suicidio: conseguenza dello stato di restrizione personale.

Il giudice della riparazione aveva applicato le tabelle milanesi sullinabilità assoluta temporanea per lo stato di malattia derivato dal tentativo di suicidio. Una delimitazione illegittima del perimetro dei danni risarcibili. In quanto al centro della valutazione del risarcimento non vi è solo il danno all'indennità fisica, ma anche a quella psichica: entrambe rilevanti e messe in pericolo o danneggiate dall'ingiusta detenzione subita.

La Cassazione con la Sentenza n. 3280 del 2022, infatti, indica l'errore commesso dal giudice chiamato a quantificare l'indennizzo per l'ingiusta carcerazione, ossia non aver posto tale ingiustizia alla base del tentato suicidio che dimostrerebbe, per converso, il già avvenuto patimento determinato dalla detenzione e dal timore di essere rispedito nel Paese natale dove temeva le dure ripercussioni: patimento che è già danno e che va calcolato nel ristorare la persona rilasciata.

L'atto autolesionistico, pertanto, non era la causa del danno fisico subito, ma la conseguenza dellingiustizia subita con la conseguenza che andava riconosciuto il risarcimento per esso stesso.

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