Giovedì, 27 Agosto 2020 11:09

Mantenimento dei figli maggiorenni da parte dei genitori: limiti

Scritto da Avv. Giulio Costanzo
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Il limite del diritto al mantenimento del figlio maggiorenne ed il principio di autoresponsabilità.

Come è noto, la Suprema Corte, in materia di separazione e divorzio, si è più volte trovata nelle condizioni di dover decidere anche in merito all’assegno di mantenimento in favore dei figli, da porre a carico dei genitori in proporzione alle rispettive sostanze economiche.

Tale obbligo di mantenimento, secondo il costante orientamento giurisprudenziale, sussisteva anche dopo il compimento della maggiore età dei figli, poiché il discrimine era rappresentato dall’autosufficienza economica della prole.

In buona sostanza, fino a quando i figli non diventavano economicamente autonomi, i genitori erano obbligati a mantenerli (anche sino ai trent’anni e più).

Tale principio sembra aver avuto di recente una battuta d’arresto a seguito dell’ordinanza della Corte di Cassazione n. 17183 del 14 agosto 2020.

Il caso al vaglio degli Ermellini, riguardava il ricorso presentato da una donna avverso la decisione della Corte di Appello di revocare l’assegnazione della casa coniugale, nonché l’assegno versato dall’ex marito in favore del figlio trentenne e professore di musica precario.

Tale ricorso è stato rigettato dai Giudici di legittimità sulla base di principi molto significativi e di rilevante importanza, che certamente influenzeranno le future decisioni al riguardo.

Nel caso concreto, infatti, già la Corte di Appello aveva posto in evidenza come in ogni paese del mondo, fosse ormai un dato di fatto l’indipendenza economica dei soggetti arrivati alla soglia dei trent’anni, e che solo in Italia, invece, fosse ancora in auge una mentalità “assistenzialista”.

In tale contesto sociale, invero, nemmeno la disoccupazione poteva essere considerata un pretesto. Essa, infatti, poteva riguardare chiunque, anche persone più mature ed avanti con l’età, così come era avvenuto all’ex marito della ricorrente, il quale, a sessant’anni, cessata l’attività commerciale di ferramenta, sua unica fonte di guadagno, si era visto costretto a tornare a vivere con la madre anziana, senza, per questo, che vi fosse, a suo favore, un obbligo di mantenimento a carico della genitrice.

Nel nostro caso, inoltre, il figlio trentenne lavorava saltuariamente come supplente e godeva di un reddito non alto ma comunque significativo, visto che in media guadagnava circa 20.000,00 euro l’anno.

Anche la coabitazione con la madre, inoltre, era sporadica, dato che il suo lavoro lo costringeva a continui trasferimenti fuori provincia.

Pertanto, i Giudici della Suprema Corte, con l’ordinanza in esame, hanno inteso stigmatizzare la condotta di quei soggetti che, avendo superato abbondantemente la maggiore età, si fanno ancora mantenere dai genitori, sancendo il precipuo onere dei figli, ormai divenuti adulti, di “ridurre le proprie ambizioni adolescenziali”, cercando un qualunque modo per mantenersi ed autogestirsi, anche se questo non è compatibile con l’attività da loro agognata.

In buona sostanza, al fine di evitare che si realizzi un vero e proprio “abuso del diritto”, i figli, terminati gli studi (siano essi liceali, di laurea triennale o specialistica), hanno il “dovere” di trovare un’occupazione e di rendersi economicamente indipendenti, senza manifestare eccessive ambizioni incompatibili con l’attuale mercato del lavoro, atteso che l’assegno di mantenimento ha una funzione meramente educativa e non costituisce una rendita economica a vita.

Secondo gli Ermellini, inoltre, continuare a mantenere i figli maggiorenni e conviventi che si dichiarano, senza alcun valido motivo, “non autonomi”, comporterebbe anche una disparità di trattamento, del tutto ingiusta, nei confronti dei figli coetanei che, al contrario, si sono resi autonomi, considerato che, come ricordato dai medesimi Giudici, il concetto di capacità lavorativa, intesa come adeguatezza a svolgere un lavoro remunerato, si acquista con la maggiore età.

Pertanto, con l’ordinanza in esame, la Cassazione ha sancito il principio secondo cui il genitore ha sì l’onere di mantenere il figlio maggiorenne finché questi non acquisti la propria autonomia economica, purché, però, il figlio stesso, terminati gli studi, dimostri il proprio impegno e faccia di tutto per trovare un lavoro “qualunque” (anche non in linea con le proprie aspirazioni), al fine di rendersi autonomo e indipendente, in attesa di un impiego più corrispondente alle proprie ambizioni professionali.

Con la decisione de quo, quindi, la Suprema Corte cerca di imprimere un’inversione di tendenza per consentire la transizione dal principio del “diritto ad ogni possibile diritto” al concetto di “dovere”, ovvero il passaggio dall’assistenzialismo all’autoresponsabilità, così come richiesto dall’evoluzione della nostra società, in quanto non è ammissibile pretendere che i genitori, facendo le veci dei loro figli, siano costretti a svolgere qualsiasi lavoro pur di mantenerli.

In tale contesto, secondo gli Ermellini, il figlio maggiorenne non autosufficiente potrà mantenere il proprio diritto al mantenimento solo dimostrando adeguatamente, le seguenti circostanze di fatto: la peculiare minorazione o debolezza delle capacità personali; la prosecuzione di studi ultraliceali con diligenza; il decorso di un lasso di tempo breve dalla conclusione degli studi durante il quale il giovane si sia adoperato razionalmente e attivamente nella ricerca di un lavoro; la mancanza di un qualunque lavoro, anche non corrispondente alle proprie ambizioni, nonostante tutti i possibili tentativi di ricerca.

In assenza di una valida e convincente prova circa l’esistenza delle predette condizioni, si presume che il figlio diventato maggiorenne sia idoneo al lavoro e, quindi, a percepire un reddito, con conseguente perdita del suo diritto all’ulteriore sostentamento da parte dei genitori.

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