Venerdì, 20 Marzo 2020 09:18

Il diritto-dovere di visita del figlio minore che spetta al genitore non collocatario non è suscettibile di coercizione

Scritto da Avv. Giulio Costanzo
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Inadempimento del dovere di visita del minore: la Cassazione disciplina l’applicazione degli artt. 614 bis e 709 ter c.p.c.                 

Non può essere punito il genitore che viene meno all’obbligo di visita del figlio minore

Con la recente ordinanza n. 6471 del 06 marzo 2020, la Suprema Corte ha avuto modo di trattare una questione tanto interessante quanto delicata.

Il caso riguardava un genitore nei cui confronti, all’esito di un giudizio in cui era stata accolta la domanda di accertamento della paternità naturale proposta dalla compagna, erano stati anche fissati gli obblighi di visita del figlio minore, con i rispettivi tempi e modalità.

L’uomo non aveva adempiuto a detti obblighi e la compagna era ricorsa in giudizio onde sentirlo condannare al loro rispetto. Il Tribunale aveva accolto la domanda ai sensi e per gli effetti dell’art. 614 bis c.p.c., e la Corte di Appello aveva rigettato il reclamo proposto dall’uomo, confermando il provvedimento di primo grado che aveva stabilito che il padre versasse alla madre del minore la somma di Euro 100,00 per ogni futuro inadempimento all’obbligo di incontrare il figlio.

L’uomo ricorreva in Cassazione, lamentando la violazione e falsa applicazione dell’art. 614 bis c.p.c. in combinato con l’art. 709 ter c.p.c.

Gli Ermellini investiti del caso hanno accolto il ricorso, rispondendo negativamente al quesito se il diritto-dovere di visita del figlio minore proprio del genitore non collocatario, ferma l’infungibilità della condotta, sia suscettibile di coercibilità in via indiretta per le modalità di cui all’art. 614-bis c.p.c.

Giova al riguardo, ricordare il disposto di cui alle norme sopra citate.

L’art. 614 bis c.p.c., dispone che: Con il provvedimento di condanna all’adempimento di obblighi diversi dal pagamento di somme di denaro il giudice, salvo che ciò sia manifestamente iniquo, fissa, su richiesta di parte, la somma di denaro dovuta dall’obbligato per ogni violazione o inosservanza successiva ovvero per ogni ritardo nell’esecuzione del provvedimento. Il provvedimento di condanna costituisce titolo esecutivo per il pagamento delle somme dovute per ogni violazione o inosservanza. Le disposizioni di cui al presente comma non si applicano alle controversie di lavoro subordinato pubblico o privato e ai rapporti di collaborazione coordinata e continuativa di cui all’articolo 409.

Il giudice determina l’ammontare della somma di cui al primo comma tenuto conto del valore della controversia, della natura della prestazione, del danno quantificato o prevedibile e di ogni altra circostanza utile.

L’art. 709 ter c.p.c, invece, dispone che: Per la soluzione delle controversie insorte tra i genitori in ordine all'esercizio della responsabilità genitoriale o delle modalità dell'affidamento è competente il giudice del procedimento in corso. Per i procedimenti di cui all'articolo 710 è competente il tribunale del luogo di residenza del minore.

A seguito del ricorso, il giudice convoca le parti e adotta i provvedimenti opportuni. In caso di gravi inadempienze o di atti che comunque arrechino pregiudizio al minore od ostacolino il corretto svolgimento delle modalità dell’affidamento, può modificare i provvedimenti in vigore e può, anche congiuntamente:1) ammonire il genitore inadempiente; 2) disporre il risarcimento dei danni, a carico di uno dei genitori, nei confronti del minore; 3) disporre il risarcimento dei danni, a carico di uno dei genitori, nei confronti dell’altro; 4) condannare il genitore inadempiente al pagamento di una sanzione amministrativa pecuniaria, da un minimo di 75 euro a un massimo di 5.000 euro a favore della Cassa delle ammende.

I provvedimenti assunti dal giudice del procedimento sono impugnabili nei modi ordinari.

Ebbene, partendo da tali disposizioni normative, la Cassazione, con l’ordinanza in esame, ha rilevato che per il diritto generale delle obbligazioni, la mancata spontanea esecuzione della prestazione da parte del debitore fa sì che resti insoddisfatto l’interesse del creditore, evidenza rispetto alla quale l’ordinamento giuridico appresta rimedio.

L’obbligo che non è stato spontaneamente adempiuto può così essere eseguito con la forza e la coercibilità diviene qualificazione giuridica propria dell’obbligazione al cui inadempimento consegue la predisposizione da parte dell’ordinamento di strumenti idonei a garantirne l’esecuzione senza la cooperazione del debitore e contro la volontà di questi.

In particolare, all’interno della famiglia nei rapporti tra genitori e figli, alla responsabilità dei primi ex art. 316 c.c. si accompagna l’esercizio di comune accordo nell’attuazione del diritto dei figli minorenni di essere mantenuti, educati, istruiti ed assistiti moralmente nel rispetto delle loro inclinazioni naturali ed aspirazioni, per contenuti che, richiamando quelli di un munus pubblico, sono espressivi della realizzazione degli interessi dei minori stessi.

Nella descritta strumentalità di posizioni, si declina il “diritto-dovere” di visita del genitore presso il quale il figlio minore non sia stato collocato che, come denuncia la stessa adottata dizione, è esercitabile dal genitore titolare che voglia o debba svolgere il proprio ruolo, concorrendo con l’altro ai compiti di assistenza, cura ed educazione della prole.

L’indicata posizione nei suoi plurimi contenuti:

  1. in quanto diritto, e quindi nella sua declinazione attiva, è tutelabile rispetto alle violazioni ed inadempienze dell’altro genitore, su cui incombe il corrispondente obbligo di astenersi con le proprie condotte dal rendere più difficoltoso o dall’impedire l’esercizio dell’altrui diritto nei termini di cui all’art. 709-ter c.p.c. ed è, d’altra parte, abdicabile dal titolare;

  2. in quanto dovere, e quindi nella sua declinazione passiva, resta invece fondata sulla autonoma e spontanea osservanza dell’interessato e, pur nell’assolta sua finalità di favorire la crescita equilibrata del figlio integrativa dell’indicato munus, non è esercitabile in via coattiva dall’altro genitore, in proprio o quale rappresentante legale del minore.

Si inserisce in detto contesto il diritto dei figli alla bigenitorialità cui si correla in via strumentale l’esercizio in comune della responsabilità genitoriale che è destinato a garantire ai minori una crescita ed una educazione serene ed adeguate e, attraverso l’affido condiviso, a mantenere rapporti equilibrati e significativi con entrambi i genitori (art. 337-ter c.c.).

Nella segnata finalità, in sede di separazione le parti – o in caso di mancato accordo il giudice – dopo aver determinato il genitore con il quale i minori continueranno a convivere, stabiliscono anche i tempi e le modalità di presenza dei figli presso il genitore non collocatario. Al diritto del genitore non convivente di continuare a mantenere rapporti significativi con i figli minori corrisponde, in via speculare, il diritto dei figli di continuare a mantenere rapporti significativi con il primo che viene chiamato a garantire, in solidarietà con il genitore collocatario, l’assolvimento degli obblighi verso i primi.

Ciò posto in punto di fatto, gli Ermellini hanno evidenziato che costituisce ormai principio di diritto quello secondo cui nell’interesse superiore del minore deve essere assicurato il rispetto del principio della bigenitorialità, da intendersi quale presenza comune dei genitori nella vita del figlio che sia idonea a garantirgli una stabile consuetudine di vita e salde relazioni affettive con entrambi, nel dovere dei primi di cooperare nell’assistenza, educazione ed istruzione del secondo.

Il costante orientamento giurisprudenziale ritiene che, ai fini di garantire il superiore interesse del minore, inteso come diritto ad una crescita sana ed equilibrata, sia giustificata anche l’adozione, in un contesto di affidamento, di provvedimenti contenitivi o restrittivi di diritti individuali di libertà dei genitori, nell’apprezzato loro carattere recessivo rispetto all’interesse preminente del minore stesso (Cass. 24/05/2018 n. 12954; Cass. 04/11/2013 n. 24683).

Pertanto, in tale contesto, riceve tutela la posizione del genitore non collocatario (titolare del “diritto” di visita del figlio minore), nel’ipotesi in cui vi siano condotte pregiudizievoli poste in atto dall’altro genitore che giustificano il ricorso all’art. 709 ter c.p.c. ed alle sanzioni in esso previste.

Al contrario, nel caso del “dovere” di frequentazione e visita del figlio minore da parte di uno dei due genitori, non deve sfuggire all’interprete che esso, per siffatta sua accezione, è espressione della capacità di autodeterminazione del soggetto e deve, come tale, essere rimesso, nel suo esercizio, alla libera e consapevole scelta di colui che ne sia onerato, per una discrezionalità che, pur non assoluta e rivolta alla tutela dell’interesse indicato dalla legge, entro siffatto limite deve trovare ragione e termine ultimo di esercizio.

Per tali motivi, la Cassazione dispone che l’esclusione della coercibilità, a favore del figlio, del diritto di visita e del corrispettivo dovere del genitore non affidatario o non collocatario di garantire una sua frequentazione regolare, dovere che costituisce una delle esplicazioni dei doveri genitoriali menzionati dall’art. 147 c.c., comporta l’impossibilità di applicare l’art. 614 bis c.p.c., inteso quale fonte di un provvedimento di coercizione indiretta, nei confronti del genitore che rifiuta di frequentare il proprio figlio, anche se per un periodo temporaneo e a causa di uno stato di ansia derivante dalla difficile relazione genitoriale.
Difatti, il provvedimento di cui all’art. 614 bis c.p.c. presuppone l’inosservanza di un provvedimento di condanna, ma il diritto (e il dovere) di visita costituisce un’esplicazione della relazione fra il genitore e il figlio che può trovare regolamentazione nei suoi tempi e modi, ma che non può mai costituire l’oggetto di una condanna ad un facere sia pure infungibile.

Non solo. Gli Ermellini hanno anche evidenziato che l’emanazione di un provvedimento ex art. 614 bis c.p.c. si porrebbe anche in contrasto con l’interesse del minore, il quale sarebbe costretto a subire una monetizzazione preventiva e una conseguente grave banalizzazione di un dovere essenziale del genitore nei suoi confronti, come quello alla sua frequentazione.

Riguardo, poi al provvedimento impugnato dal padre, emesso ai sensi dell’art. 709 ter, secondo comma, c.p.c., la Suprema Corte ha ritenuto che lo stesso non potesse trovare spazio nel caso concreto, atteso che detta norma ha il diverso significato di prevedere delle ipotesi di risarcimento a fronte di un danno già integrato dalla condotta di uno dei genitori, e di questa la sanzionabilità diretta, e non una coercizione preventiva e indiretta di un dovere nel caso della sua inosservanza futura.

Si deve pertanto ritenere che i poteri di intervento del giudice, previsti dall’art. 709-ter cit., siano circoscritti al presente e quanto alle conseguenze future di un possibile successivo protrarsi del comportamento sanzionato, si limitino al potere di ammonimento.

D’altronde, qualora il comportamento sanzionato permanga, sono previste altre forme di intervento nei confronti del genitore non collocatario, quali l’eccezionale applicazione dell’affidamento esclusivo in capo all’altro genitore (art. 316 c.c., comma 1), la decadenza della responsabilità genitoriale e l’adozione di provvedimenti limitativi della responsabilità per condotta pregiudizievole ai figli (artt. 330 e 333 c.c.), la responsabilità penale per il delitto di violazione degli obblighi di assistenza familiare (art. 570 c.p.) quando le condotte contestate, con il tradursi in una sostanziale dismissione delle funzioni genitoriali, pongano seriamente in pericolo il pieno ed equilibrato sviluppo della personalità del minore.

In buona sostanza, i Giudici di legittimità hanno rimarcato il carattere non obbligato ed incoercibile del dovere di frequentazione del genitore ed il diritto del figlio minore di frequentare il genitore quale esito di una sua scelta, libera ed autodeterminata, per caratteri tanto più obiettivamente inverabili quanto più vicina sia la maggiore età e che, in quanto tali, possono spingersi fino al rifiuto stesso (Cass. 13/08/2019 n. 21341).

Ne consegue, quindi, il seguente principio di diritto enunciato dalla Suprema Corte con l’ordinanza di cui si tratta, secondo cui: “Il diritto-dovere di visita del figlio minore che spetta al genitore non collocatario non è suscettibile di coercizione neppure nella forma indiretta di cui all’art. 614-bis c.p.c. trattandosi di una potere-funzione che, non sussumibile negli obblighi la cui violazione integra, ai sensi dell’art. 709-ter c.p.c., una “grave inadempienza”, è destinato a rimanere libero nel suo esercizio quale esito di autonome scelte che rispondono, anche, all’interesse superiore del minore ad una crescita sana ed equilibrata”.

Su tali premesse, dunque, la Corte, in accoglimento del ricorso proposto dal padre, ha cassato senza rinvio il provvedimento impugnato e, decidendo nel merito, ha rigettato la domanda proposta dalla madre del minore.

Letto 303 volte Ultima modifica il Venerdì, 20 Marzo 2020 09:30

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